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Attualità giovedì 01 settembre 2016 ore 16:09

Gli assidui del pronto soccorso sono pratesi

Mezzo milione di accessi nei presidi della Asl Toscana Centro nel 2015, pari a un terzo degli abitanti nelle aree di Firenze, Prato, Pistoia ed Empoli



FIRENZE — I servizi di emergenza e urgenza restano un punto di riferimento per i toscani ma attenzione ai motivi per cui ci si rivolge al pronto soccorso perché il rischio è quello di intasarlo. 

I numeri prima di tutto. Sono stati quasi mezzo milione gli accessi a fronte di un milione e mezzo di abitanti nelle sue aree. Nel 2015 sono stati 430.690 gli accessi a fronte dei 414.998 del 2014. Nel dettaglio sono stati 155.203 nei pronti soccorso dell’area fiorentina, cioè gli ospedali di Borgo San Lorenzo, Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli, Serristori di Figline Valdarno, Santa Maria Nuova e San Giovanni di Dio a Torregalli, 101.521 in quelli dell’area pistoiese, cioè gli ospedali S.S. Cosma e Damiano di Pescia e San Jacopo di Pistoia, 81.412 nell'ospedale San Giuseppe di Empoli e 92.554 al Santo Stefano di Prato.

E sono proprio i pratesi a fornire uno spunto di riflessione: in rapporto al numero degli abitanti, pari a 252.987, sono loro a utilizzare di più il pronto soccorso. Per questo nella casa di cura convenzionata Villa Fiorita di Prato, la Asl ha attivato per il ricovero, ad accesso diretto dal pronto Soccorso del Santo Stefano, 19 posti letto di area medica.

In generale in tutti i pronto soccorsi i codici che segnalano una condizione di urgenza ed emergenza, codici rossi e gialli, costituiscono il 23,2 per cento degli accessi; quelli delle urgenze differibile sono stati attribuiti al 51 per cento degli accessi mentre i codici bianchi rappresentano il 25,8 per cento e sono considerati “non appropriati”, cioè codici per i quali è anche previsto il pagamento del ticket.

“Dolore al rachide o lieve febbre da alcuni giorni, lievi disturbi intestinali o altre situazioni simili costituiscono un esempio di codici bianchi: sono casi che dovrebbero trovare risposta negli ambulatori dei medici e dei pediatri di famiglia - spiega Nedo Mennuti, direttore del dipartimento della rete sanitaria territoriale che rende anche noto come un’indagine abbia dimostrato che solo nel 16,7 per cento dei cittadini che si sono recati al Pronto Soccorso lo ha fatto perché il problema si è presentato all'infuori degli orari di servizio del suo medico curante. “Chi accede con questi problemi –aggiunge Mennuti- deve però rendersi conto che crea rallentamenti per le situazioni più gravi. Serve un cambiamento culturale ma anche organizzativo: occorre potenziare la risposta territoriale per esempio mettendo i medici di famiglia nella condizione di avere la possibilità di ottenere in tempi rapidi anche alcune prestazioni (ad esempio ecografie, raggi X, esami ematici)”.


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